Claudio Magris.
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SAGGIO SU HERMEN HESSE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
Il presente saggio su Herman Hesse è costituito dalla ricca prefazione ad una vecchia edizione italiana del Lupo della Steppa redatta a cura dell'autore. 
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L'AUTORE.
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Claudio Magris (Trieste, 10 aprile 1939) è uno scrittore, saggista, germanista, critico letterario e politico italiano.
È stato tra i primi studiosi ad occuparsi di autori ebraici nella letteratura mitteleuropea. Con Danubio ha vinto il Premio Bagutta nel 1986, mentre nel 1997 ha vinto il Premio Strega con Microcosmi. Collabora con il Corriere della Sera da oltre cinquant'anni. È stato senatore nella 22esima legislatura (1994-1996).
Biografia.
«La vita – diceva Pistorius, il nostro maestro di grammatica, accompagnando con gesti rotondi e pacati le citazioni latine in quella stanza tappezzata di un rosso che la sera s'incupiva e si spegneva, brace dell'infanzia che ardeva nel buio – non è una proposizione o un'asserzione, ma un'interiezione, un'interpunzione, una congiunzione, tutt'al più un avverbio.» (Claudio Magris, Alla cieca (2005))
Insegnò letteratura tedesca prima all'Università di Trieste nel 1968, poi presso l'Università di Torino nel 1970, per poi tornare ad insegnare ininterrottamente in quella di Trieste dal 1978 fino al pensionamento, nel 2006. Impostosi da giovane all'attenzione della critica con Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna nel 1963, elaborazione della tesi di laurea discussa all'Università di Torino con Leonello Vincenti, fu tra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all'interno della letteratura mitteleuropea, e all'interno di una prospettiva metalinguistica, con Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971). Nel 1984 gli fu conferito il premio San Giusto d'Oro dai cronisti del Friuli-Venezia Giulia.
Danubio (1986) lo consacrò come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei. Con questo libro vinse il Premio Bagutta nel 1986; successivamente si aggiudicò il Premio Strega nel 1997 con le storie e i ritratti di Microcosmi e il Premio Principe delle Asturie nel 2004 nella sezione Letteratura, mentre nel 1999 gli vennero assegnati il Premio Chiara alla carriera[4] e il Premio letterario Giuseppe Acerbi, un premio speciale per la saggistica, nel 2007, poi, vinse il Premio Mediterraneo per stranieri con À l'aveugle. Nel 2005 a Santa Margherita di Belice, città che fu il luogo di infanzia dell'autore del Gattopardo, gli fu riconosciuto il Premio letterario internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa per l'opera Alla cieca.
Nel 2003 fu insignito del titolo di duca di Segunda Mano dal sovrano del Regno di Redonda. Il 18 ottobre 2009 fu premiato a Francoforte con il premio per la pace «Friedenspreis des deutschen Buchhandels».
Nel 2013 fu oggetto della prova di italiano dell'esame di maturità con un brano tratto da L'infinito viaggiare.
Nel 2014 vinse il Premio FIL di letteratura nelle lingue romanze in Lingue Romanze alla Feria Internacional del Libro di Guadalajara. A nome della giuria (formata da sette critici letterari e scrittori tra cui gli italiani Carlo Ossola e Ernesto Ferrero) Patricia Martínez affermò che in Magris “si concilia la sua esperienza personale con la memoria collettiva della storia e delle culture che compongono lo spazio dell'Europa centrale come luogo di dialogo tra le culture del Danubio e del Mediterraneo".
Uomo di centro-sinistra, di fede repubblicana, fu senatore dal 1994 al 1996 eletto nel collegio di Trieste con una lista indipendente sostenuta dalle coalizioni del Patto per l'Italia e dei Progressisti. Nel 1992 è divenuto cittadino onorario di Montereale Valcellina e nel 2006 di Monfalcone.
Nel 2016 gli fu dedicato un volume di rievocazioni intitolato Quisquilie. Claudio Magris raccontato dai suoi studenti, edito dal Circolo culturale Menocchio (Montereale Valcellina).
Il 24 ottobre 2019 gli fu conferita la laurea honoris causa in giurisprudenza dall'Università di Parma. Materiali autografi relativi alla stesura di alcune sue opere letterarie, quali Danubio, Stadelmann e Alla cieca, sono stati donati da Magris al Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia.
Nel 2022 uscì Inventarsi una vita (La Nave di Teseo), una conversazione con Paolo Di Paolo.
Nel 1960 sposò la scrittrice Marisa Madieri (1938-1996), da cui ebbe due figli: Francesco (1966), economista, professore ordinario presso l'Università degli studi di Trieste, e Paolo, scrittore e sceneggiatore.
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SAGGIO SU HERMEN HESSE.
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IL SORRISO DELL'UNITA'.
ovvero: Hermann Hesse fra la Vita e la vita.
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Nel Giuoco delle perle di vetro, il grande romanzo pedagogico che costituisce, almeno nelle intenzioni dell'autore, la summa dell'arte e del pensiero di Hesse, uno dei primi compagni ed amici del protagonista Johsef Knecht nella scuola di Waldzell, Carlo Ferromon dice che « l'antitesi fra mondo e spirito, la battaglia fra due princìpi inconciliabili » gli si è rivelata «un esperienza musicale », è divenuta per lui « un concetto ". Tutta l'opera di Hesse ruota, con appassionata talora di usa insistenza, sul tentativo di conciliare contraddizioni svelandone l'illusione o la solidale complementarità, sullo sforzo di superare nell'intuizione totale della Vita perenne e ininterrotta il dissidio sito in ogni piccola vita individuale, che per esistere deve distinguersi e contrapporsi al grande dire.
La poesia è chiamata a comporre in armonia le dissonanze rappresentate dalle esistenze singole e finite, e, la loro angoscia e la loro caducità, la loro solitudine e la loro morte. A questa suprema missione della poesia - la quale viene intesa non come creazione di opere artistiche, bensì come soffio o spirito poetico capace d'immedesimarsi col respiro del tutto e di partecipare all'incessante processo che - cooperano in altre discipline, scienze e attività umane, conservando le loro peculiarità ma subordinandole a quell'intonazione poetica che le trascende e imprime loro un significato universale.
Nell'immaginaria provincia di Castalia, nel Giuoco delle perle di vetro, tutte le arti e le scienze e le tecniche di ogni civiltà del passato vengono coltivate per distillare un valore unitario e onnicomprensivo che possa essere di guida al mondo in quanto ne abbia già estratto l'essenza e abbia scoperto, dietro la molteplicità dei contrasti e delle diversità che costituiscono il mondo stesso, la sostanziale unità che regge e pervade quella molteplicità mondana.
Hesse è un grande poeta di quell'antinomia fra vita e forma - fra unità indifferenziata del Tutto ed esistenza individuale, fra momento dionisiaco e momento apollineo, fra vita e spirito - che anima tanta letteratura europea dalla fine del secolo scorso ai primi decenni del novecento. Scrittore umanistico che tende all'armonia, Hesse si rende bene conto che anche ogni armonia raggiunta è momentanea ed illusoria, al pari dei contrasti che essa ha composto, e che il dissidio subito risorge, inestinguibile come lo scorrere stesso della vita. Lo spirito castalio, di cui parla il passo citato, dovrebbe avere già risolto il conflitto col mondo, perché ha già assorbito e trasceso in sé le contraddizioni del mondo, dopo anni di paziente ed ascetico studio contemplativo.
Lo spirito castalio - simboleggiato dalla perfezione del gioco delle perle di vetro, che combina sussume e sublima tutte le forze e i valori della vita
nella purezza immateriale e pitagorica di una cifra o di una legge musicale-matematica - è anzi il mondo, dovrebbe essere la formula e la quintessenza del mondo stesso, la sua sintesi. Ma ogni sintesi lascia sempre fuori vaste parti e componenti della realtà, con le quali deve poi misurarsi, in una nuova antitesi. Giunto ai vertici della gerarchia castalia, Josef Knecht sente che il mondo è pur sempre rimasto lontano, fuori dal tranquillo regno dello spirito, ed esce dalla Castalia per avventurarsi in esso, trovando la morte in un lago.
Anche di questo dissidio Hesse vuol fare un concerto, l'armonia musicale di chi ha compreso che non c'è lotta fra spirito e mondo ma che ognuno dei due è anche l'altro. Poeta del conflitto fra mondo e spirito, fra Vita e vita, Hesse lo affronta in modo singolare contraddittorio ed ambiguo ma estremamente originale. Hesse tiene lontano da ogni soluzione dialettica, da fede in una sintesi hegeliana la quale superi e annulli quei contrari che egli, nella sua visione mistica e panica, vuol mantenere nella loro sopprimibile particolarità e che pertanto egli si rifiuta di sacrificare ad una sintesi o a un processo di sintesi successive che li elimini.
Hesse è peraltro anche lontano dalla saggia mediazione manniana, la quale cerca nella oscillazione fra gli opposti una soluzione intermedia che li salvi entrambi smorzandoli e distanziandosene nella parodìa conciliatrice demistificante, la quale consente di « purificar l'aria come dice Adrian Leverkuhn, e di prender così pari con distacco ma con affetto, alla festa della vita. Hesse vuole tutto, vuole l'identità dell'Uno e del Molteplice e la vuole qui e ora. Egli dà anzi quest'identità presupposta e presente, intuibile per chi sappia umanamente aprirsi ad essa e irraggiungibile da ogni volontà di afferrarla, che la perde proprio a causa dell'arbitrio e della presunzione impliciti nella intenzionalità intellettualistica.
Tante pagine di Hesse, e forse le più belle, ritraggono la rivelazione della identità della vita nel vortice dei suoi fenomeni e mutamenti, che la poesia cerca di cogliere nella loro unità ovvero nella loro simultaneità lottando con le barriere inerenti alla dimensione lineare del linguaggio, che disarticola la visione simultanea nella successione temporale e ritaglia
dell'indifferenziato delle individualità distinta.
Knulp, il vagabondo del primo romanzo breve pubblicato in questo volume, contempla le colline al tramonto sentendo che quella luce prossima a spegnersi e la stessa vita umana bella e breve come un fuoco d'artificio nella notte sono un concerto di beatitudine e alla fine, morendo, sente dalla voce di Dio la grande verità: « Tutto è come deve essere ». Emil Sinclair, il narratore in prima persona di Demian, è alla ricerca di Abraxas, la divinità che è insieme Dio e Demonio, e il ritratto che egli disegna è contemporaneamente il volto del suo amico Demian, della sua amata Beatrice, di Eva, la grande madre-amante, e di lui stesso. L'ultima estate di Klingsor è tutta un ebbro canto alla identità di vita e di morte, alla falce affilata che sta in agguato nel rosso fogliame d'autunno e che è insieme una esplosione di colori e di vitalità, limo primordiale e stelle lontane.
In Klein e Wagner il protagonista percepisce, mentre sta affogando suicida nel fiume, « la musica del cosmo », l'unisono meraviglioso e terribile di tutte le cose. Siddharta apprende dal fiume la vera immagine e realtà della esistenza, liberata dalle categorie di spazio e di tempo: il fiume è sempre uguale e diverso, è contemporaneamente la sorgente la cascata il corso tranquillo e lo sfociare maestoso; quando l'amico Govinda si china a baciarlo sulla fronte, vede che il volto sorridente di Siddharta, pur restando il volto di Siddharta, è anche una miriade di figure e di forme e di mutamenti, la totalità simultanea di ciò che accade nel mondo e che soltanto lo spirito umano è costretto a scindere, a porre in ordine successivo o in rapporto di esclusione reciproca, a disarticolare e a scomporre.
Il lupo della steppa trasferisce infine questo motivo all'interno della unità psicologica dell'io individuale e del meccanismo delle sue pulsioni e dei suoi affetti. Per metà borghese perbene e per metà lupo feroce, Harry Haller è in realtà una moltitudine di nuclei psichici o di frammenti di nuclei psichici che si condensano in cristallizzazioni provvisorie e si sciolgono e separano di continuo; la dimensione più veritiera di questo vertiginoso alternarsi di ruoli, nel quale il principio di, di individuazione si esaspera al punto di negare se stesso e ogni forma finita definitiva, è il sesso, la cui proliferazione indistinta è l'amore della vita intera.
L'originalità di Hesse nella rappresentazione di questo tema - che ha avuto numerosi grandi poeti, dalla letteratura fin de siècle all'Aleph di Borges o a Odissea nello spazio di Kubrick - consiste nel fatto che egli cerca non solo di conciliare le contraddizioni vi tali nell'immagine dell'unità della vita, ma anche di conciliare la concezione mistica, tendenzialmente anti
razionalistica e amorale, del Grande Uno con una concezione e con un impegno morale, che si basa sul dualismo di bene e di male e sul giudizio innalzato al di sopra della vita.
C'è nell'opera e nella vita di Hesse  un fecondo contrasto fra l'irrazionalismo della visione panica e la razionalità umanistica della posizione, della scelta morale. Nelle pagine di Hesse risuona di continuo das Ja und Amenlied, la canzone del sì così sia: se Dio proclama a Knulp morente che tutto è come deve essere, il cosmico fiume delle creature rivela a Klein sul punto di annegare che «l'unica cosa, che esiste tra vecchiaia e gioventù, tra Babilonia e Berlino, tra bene e male, dare e prendere, l'unica cosa che riempie il mondo di differenze, valutazioni, dolore, contese, guerra è lo spirito umano, il giovane irruente e crudele spirito umano sotto forma della gioventù turbolenta, ancora lontana dalla sapienza, ancora lontana da Dio.
Egli inventa dei contrasti, inventa nomi. Certe cose chiama belle, altre brutte, queste buone quelle cattive. Un pezzo di vita vien chiamato amore, Un altro omicidio.
Ma Iddio non dava alcun nome a se stesso. Egli voleva essere nominato, voleva esser amato e esaltato, maledetto, odiato, adorato, perché la musica del cosmo era la sua casa divina ed era la sua vita - ma gli era indifferente con che nome lo si lodasse, se lo si amasse o odiasse, se presso di lui l'uomo cercasse pace e sonno o danza e follia ». Siddharta giunge a capire che Nirvana e Samsara - ossia assoluto e relativo, verità e apparenza - sono una cosa sola e respinge la dottrina di Buddha perché persuaso che nessuno possa insegnare alcunché ad un altro e che solo l'esperienza vissuta direttamente sia un insegnamento. In questa notte mistica tutte le vacche sono nere, le unghie laccate della cortigiana Kamala e quelle lunghissime e sudice dei Samana, gli anacoreti della foresta, sono equivalenti e interscambiabili, come l'amore ritroso e castissimo d i Peter Camenzind, nel romanzo omonimo, e l'orgia di gruppo nel Lupo della
steppa non si distinguono per valore d'esperienza né per giudizio morale.
La cultura indiana, di cui Hesse anche per tradizioni familiari era buon conoscitore, aveva infatti trasmesso ai suoi entusiasti fautori fin de siècle soprattutto il rifiuto mistico-religioso del giudizio etico. Nella Bhagavad-Gita, il grande poema filosofico sanscrito contenuto nella epopea del Mahabharata e letto in quegli anni con fervore soprattutto nei paesi tedeschi, Krishna, il Dio che si è fatto auriga dell'eroe Arjuna, rincuora quest'ultimo quando lo vede esitare nella battaglia culminante della guerra civile, perché riluttante ad uccidere i suoi avversari, che sono anche suoi cugini. All'eroe misericordioso che non vorrebbe spargere sangue, il Dio insegna che ogni esistenza individuale è illusoria, che la vita e la morte del singolo non esistono ma che esiste solo il grande fluire, rispetto al quale uccidere o non uccidere è solo un gesto apparente. La logica del vivente, dirà più tardi Jacob con un linguaggio scientifico ma non perciò meno mistico, non conosce vere soluzioni di continuità e trascende perciò la realtà individuale: l'antico misticismo panico risorge ai nostri giorni nelle vesti delle scienze, biologiche o sociologiche, che sembrano reimmergere il soggetto nella corrente dell'indistinto. La conseguenza che Krishna trae da questa grandiosa visione della totalità indistruttibile, la quale certo infonde quel senso di catarsi dall'angoscia individuale che la poesia di Hesse è stata capace di cogliere con struggente intensità, è l'invito ad obbedire alla legge della casta e al dovere del proprio stato senza scrupoli di coscienza: « combatti, Bharata ». Liberatorio ed inebriante, il superamento-svalutazione della individualità e della coscienza può condurre alla indifferente o eccitata violenza nei confronti degli uomini. Il fascino di un misticismo come quello della Bhagavad-Gita ha anche contribuito - specialmente nella terra tedesca così sensibile e attenta al revival novecentesco delle culture orientali - al più feroce anti umanesimo. Alla ebbrezza e alla catarsi di quella visione panica si richiama, nel Sospetto di Durrenmatt, il criminale nazista Emmenberger per giustificare culturalmente i suoi atroci esperimenti chirurgici sui prigionieri del Lager non anestetizzati.
E ovvio che l'anonimo e grandissimo mistico di migliaia danni fa non è responsabile dei modi di lettura della sua opera dei millenni successivi. Alla storia della cultura interessano quei modi di lettura, per capire non già il testo o il pensiero antico ma i suoi moderni lettori o seguaci. Hesse, che ha un senso così vivo ed intenso del carattere liberatorio immanente al superamento dell'io e alla contemplazione dell'Uno, non si nasconde il conflitto morale che quella visione implica e comporta, infrangendo quindi essa stessa per prima quella unità della vita che è il suo oggetto esaltante. « Se tutto è indifferente » dice l'amico a Knulp, «poco importa che si voglia essere buoni e onesti. In
tal caso non esiste la bontà, se il turchino è buono quanto il giallo e il cattivo buono quanto il buono.
Ognuno viene a essere una bestia della foresta e agisce secondo la sua natura e non ha né merito né colpa. » Nell'Ultima estate di Klingsor l'Armeno incalza: «Si può dire di sì e si può dire di no, questo non è che un giuoco da ragazzi. Ma il tramonto non esiste, il sole e gli astri non van sotto. Perché ci fosse un calare sotto e un sorgere su ci dovrebbe essere un sotto e un sopra. Ma non esiste il sotto e il sopra, o meglio esiste solo nel cervello umano, nella patria di tutte le illusioni. Tutti i contrapposti sono illusioni: bianco o nero è una illusione, vita e morte è una illusione, bene e male è una illusione ». Di ogni verità, dice Siddharta è vero anche il contrario, mentre Demian nega recisamente il libero arbitrio.
Se le conseguenze della visione totale dall'alto del cocchio di Arjuna sono l'annichilimento della ragione e l'ebbrezza della lotta, Hesse è un grande scrittore umanista, un intellettuale pacifista che ha combattuto le esaltazioni guerresche e patriottiche, uno spirito, lucidissimo e pacato che ha saputo sottrarsi come pochi a quella eclissi della ragione che ha travolto tanti intellettuali e tanti scrittori, specialmente tedeschi ma non soltanto tedeschi, nei primi decenni del secolo.
Tutta l'esistenza di Hesse è una grande testimonianza morale, l'esempio di un uomo la cui ragione ha saputo costantemente resistere alle lusinghe dell'indistinto, al pathos della lotta e alla seduzione del fluire amorale della vita. Poeta del Grande Uno, Hesse è un uomo che ha combattuto la sua buona battaglia etica nel senso paolino e le cui parole sono state, secondo il motto evangelico, si si, oppure no no. L'intelligenza di Hesse è l'intelligenza chiara di chi opera scelte, instaura giudizi, sa distinguere e rifiutare. La sua opera vuole porsi, intenzionalmente, come un alto messaggio morale, fornire esempi di umanistico equilibrio e di saggia solidarietà, ammonire ed educare, impartire
quell'insegnamento che Siddharta pensava ognuno potesse dare soltanto a se stesso. L'armonia predicata da Hesse - una armonia che egli possiede fin nel ritmo pacato e forbito della sua prosa, che impone una nobile e maestosa dignità anche ai momenti di estatico rapimento e furente abbandono - è una armonia che non deriva da una assoluzione globale della esistenza o da una negazione della responsabilità, da quel « tutto comprendere tutto perdonare » di cui Joseph Roth denunciava la tentazione demonica.
Le ebbrezze storiche e politiche hanno trovato Hesse sempre asciutto. Nella generale infatuazione bellica della prima guerra mondiale, che induceva quasi tutti e perfino Thomas Mann ad abbandonare le ragioni della umanità in nome del grande richiamo della Vita e della natura non corrotte dall'intelletto, Hesse ha rivelato una disincantata fermezza che fa di lui un caso pressoché unico, almeno fra gli scrittori non marxisti, di poeta immune dalla trasfigurata e mistificata seduzione del grande massacro. Hesse ha indirizzato ai colleghi tedeschi ed europei le più lucide ed appassionate pagine che siano state scritte per demistificare quel sinistro fascino della lotta nel quale si compiva il tramonto d'Europa. Tanto inferiore a Thomas Mann sul piano poetico, Hesse ha visto ben più a fondo di lui, fin dall'inizio, nella crisi europea e nel naufragio della ragione. I romanzi di Hesse, soprattutto Demian sono pervasi dal senso del tramonto d'Europa e della sua inesorabilità, pari a quella del rosso delle foglie d'autunno, a questo ritratto disilluso di una vertiginosa catastrofe fa riscontro la impavida tranquillità di uno spirito che non si unisce al coro inebriato da quella catastrofe. Egli accusa anzi i tedeschi di aver tradito la eticità e la chiarezza razionale della parola per abbandonarsi al fascino immorale, vale a dire indistinto della musica. Hesse è stato egli stesso una di quelle personalità che la sua utopia Castalia del Giuoco delle perle di vetro si proponeva di formare: una grande personalità che, opponendosi al culto del «divergente, anormale, unico, patologico, cari alla nostra epoca definita dallo scrittore «l' età del giornalismo» ossia, del sensazionale, si realizza inserendosi «aldilà di ogni originalità e stranezza nell'universale, servendo « nel modo migliore ciò che sta al di sopra della personalità ». Spirito goethiano dell'ordine e della rinuncia implicita in ogni ordine e antitetica alla bramosa identificazione con la totalità immediata, Hesse propone a modello un carattere ideale « che la natura e l'educazione hanno messo in grado di far assorbire quasi interamente la propria persona dalla sua funzione gerarchica, senza però che andasse perduta quella forte, fresca, ammirevole spinta che costituisce il profumo e il valore dell'individuo ».
Hesse è un valido scrittore non tanto quando disegna queste figure perfette, bensì quando rappresenta la crisi del mondo e degli uomini che precipitano in una direzione opposta. Ideale rappresentante della civiltà borghese e scrittore borghese per eccellenza, Hesse ha compreso come pochissimi altri autori la decadenza e lo sfacelo della borghesia. La sua raffigurazione di questa crisi, nel Lupo della steppa e soprattutto nel Demian, è più netta e spietata della stessa analisi che ne offre Thomas Mann, anche se le è poeticamente inferiore. Hesse non ha la ambiguità manniana, che sfuma il giudizio di Mann in un gioco iridescente ed elusivo di infinite possibilità, proprio perché non ha la fiducia manniana nella capacità della borghesia di risorgere dalle proprie ceneri e di mediare dalla propria decadenza nuovi valori. Più conservatore, sul piano culturale, di Mann, Hesse, che si sforza di conservare l'immenso patrimonio del passato, esprime una condanna molto più radicale e precisa sul proprio presente.
Nonostante tutto, in Hesse manca l'ironìa: vi è certamente una ironìa che investe i piani della narrazione, l'ironìa del gioco cangiante delle forme e
delle illusioni, ma non c'è una ironìa rivolta anche a se stessa, al proprio gioco ironico con le forme e al messaggio che si vuole trasmettere con questo gioco. Le cose che vuole dire, Hesse le dice con nettezza univoca, con chiarezza diretta. Ciò ha finito per limitare la sua opera alla tradizione narrativa ottocentesca, per impedirgli di raggiungere sul piano del linguaggio e delle forme quel trascendimento dell'io psicologico ottocentesco che egli espone sul piano dei contenuti. In ciò risiedono il suo fascino e il suo limite di scrittore, la sua garbata humanitas di narratore che racconta con la distesa affabilità del romanziere ottocentesco una crisi che è già oltre le frontiere di quel romanzo e la amabilità stilizzata, angustamente cartacea e nobilmente manierata che avvolge in una discrezione civilissima e quasi sterilizzata le sue vicende, le quali parrebbero esorbitare da ogni saggia convenzione e puntare alle fratture più audaci ma finiscono per venir ricondotte, con mano lieve e moderata, a una misurata ed equilibrata convenienza. Forse Hesse è un grande scrittore
medio, che la profondità di pensiero e l'integrità umana hanno innalzato a fianco dei veri maestri della letteratura del nostro secolo, dei quali egli non è all'altezza sul piano poetico ma ai quali va degnamente affiancato per il significato umano e morale che la sua testimonianza personale e la sua opera hanno acquisito, raro esempio di coerenza personale e di un animo che si è fatto interprete dei dolori di tutti, esercitando l'arte poetica come un servizio d'amore reso agli altri uomini.
Alla panica armonia di Siddharta e alla totalità libidica del Lupo della steppa Hesse giunge dalla esperienza del dolore, della sofferenza e della scissione, esperienza che lo ha indotto fin dai suoi primi anni a instaurare un netto giudizio morale, dualistico, sulla vita. Ben prima della prima guerra mondiale e del nazionalsocialismo, che Hesse ha intravisto e capito con spietata chiaroveggenza quando ancora moltissimi scrittori di provata fede umanistica (anche Thomas Mann) si illudevano su di esso o almeno ne restavano perplessi cercando di trasformare questa perplessità in ironica conoscenza, Hesse ha condannato la durezza e la crudeltà obiettivamente insite nel sistema borghese. Egli stesso arriva a contemplare la ruota delle cose dopo esser passato attraverso le durezze di una esasperata concezione dualistica. Nel Demian Emil Sinclair deve superare il dualismo tra il mondo luminoso della casa paterna e il mondo oscuro della realtà bruta. Quel mondo è il mondo del torbido, ma anche il mondo degli umiliati e offesi: Sinclair, per trovare se stesso, deve risolvere quel dualismo e Demian, la sua guida che inizialmente lo salva dalle minacce di quel mondo, gli appare come un messo di quella materna realtà oscura. Cresciuto in un ambiente rigidamente pietista, Hesse ha corso il rischio di finire schiantato dal tetro e inflessibile rigorismo luterano imperniato sulla fanatica separazione fra bene e male, valori ed errori, e sulla conseguente amputazione di una grandissima parte della vita, e di quella che la rende amabile, tenera, degna di essere desiderata e vissuta, capace di felicità. L'indomito vegliardo che alla fine della sua vita è divenuto, nel suo volontario esilio campestre di Montagnola, un simbolo di instancabile operosità e di serena segaligna salute, è passato attraverso l'inferno della repressione che, intorno alla fine del secolo, ha spezzato tante giovai esistenze e stroncato fanti fermenti di nuova vita. Hesse ha patito sulla propria pelle, da giovane, quel calvario dell'adolescente schiantato dalla società autoritaria che anti scrittori, e anche egli stesso, hanno rappresentato in pagine famose: l'ossessione puritana che recide alla radice il desiderio e l'amore, la perdita della propria personalità schiacciata e soffocata, il principio di rendimento applicato alla scuola che integra ogni vita nel proprio ritmo angoscioso ed emargina spietatamente chi non vuole o non può adeguarvisi Hesse ha vissuto questo pericolo di perdere se stesso sino alle forme più gravi di nevrosi, di vera malattia psichica.
Nel romanzo Sotto la ruota, che rimane forse il suo capolavoro sotto il profilo strettamente artistico, Hesse ha tracciato un ritratto incomparabile della tragedia della adolescenza nella tarda e declinante società patriarcale guglielmina, tragedia di un passato che, prima di morire, vuol distruggere le possibilità di un futuro sociale diverso, come Cronos con i propri figli. Anche del lupo della steppa Hesse ci dice che la sua adolescenza è stata spezzata dalla rigida pedagogia religiosa, la quale ha ritorto contro se stessa, in un odio di sé, le native qualità del giovane come l'acume, la capacità di critica, la sete di verità. Laborioso scrittore borghese, Hesse ha smascherato anzitutto l'etica borghese del lavoro, proponendo il modello di umanità libera e ludica. Dagli incubi della sua gioventù e dei suoi eroi giovanili Hesse si è liberato giungendo all'utopico modello di una umanità libera dalla costrizione del lavoro e del rendimento e dalle rinunce che quella costrizione comporta. Egli è un grande poeta del piacere, di ciò che nella vita fiorisce e si lascia godere senza perché, di ciò che è irriducibile al possesso. della luce delle stagioni, dell'acqua che scorre scintillante, delle foglie che attutiscono il passo sul sentiero, della simmetria del canneto e del caotico pulviscolo che brilla al sole, di una gita in montagna, di una nuvola, dell'amore timido o violento ma sempre goduto. Hesse è il poeta di una natura liberata, nella quale la gioia è a portata di mano e una passeggiata Mel bosco assume più significato di un grandioso evento storico; è un poeta del corpo femminile, del desiderio anarchico e dolce.
Non privo di ingenue semplificazioni nel immaginare questa natura liberata, Hesse non si è mai illuso sulla possibilità di realizzare questa libertà, nella società borghese europea. Poeta anti cittadino, ossia nemico della organizzazione sociale tarda-borghese. Hesse ha rivolto la sua poesia alla natura, ma ha fatto di questa natura il simbolo luminoso di una libertà della intera persona umana restituita alla innocenza, non un arcaico e regressivo modello di società agraria da contrapporre a quella capitalista. Come ha osservato Giuseppe Bevilacqua, Hesse è uno dei pochi cantori dell'idillio di natura o d i provincia che abbiano assunto una posizione politica progressiva anziché cadere nell'anticapitalismo romantico: è alla luce di questa utopica pienezza naturale che Hesse giudica la società borghese del suo tempo, specialmente la società intellettuale, giungendo a individuarne con acutissima precisione le storture, i blocchi, le censure, le mistificazioni culturali, gli smarrimenti.
Demian e Il lupo della steppa restano in questo senso una miniera di osservazioni e interpretazioni finissime, che rendono come poche altre opere, e con profetica chiaroveggenza, l'intreccio di smania e angoscia di cui si componeva l'immagine della borghesia in Europa negli anni intorno alla prima guerra mondiale o fra le due guerre. Umanista conservatore in quanto legato al retaggio dei valori da salvare, Hesse non cede a nessuna tentazione restaurazionale: in Demian Pistorius, l'organista che pure appare a Sinclair un possibile Messia o almeno un compagno di strada nella ricerca del Dio-Diavolo, alla fine fallisce perché invece di rivolgersi verso l'avvenire, indugia tra le macerie di mondi tramontati, fra le reliquie dello spirito del passato e il sogno del paradiso perduto, « fra tutti i sogni il peggiore e il più micidiale ».
Come i suoi amatissimi Nietzsche e Dostoevskij, Hesse è proteso messianicamente verso l'uomo nuovo, verso una nuova forma dell'io individuale. Ogni suo eroe è, come Sinclair, « un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla ». è in questo senso che Hesse imprime un accento rivoluzionario a quella identità della vita giustificatrice di se stessa che altrimenti potrebbe assumere il tono di un ottuso irrazionalismo. La verità ultima di Knulp, « tutto è come deve essere, potrebbe apparire in chiave mistico-poetica, la quintessenza dell'odiato spirito borghese, che giustifica le cose così come sono identificando i fatti con i valori
ed escludendo ogni utopia, ogni speranza ed ogni liberazione dalla realtà presente. Ma a Knulp Dio rivela anche il significato della sua esistenza, che è stato quello di «girare il mondo e di recare ai sedentari un pò di nostalgia della libertà ». L'eroe di Hesse, portatore di questa verità e del senso unitario della vita, è il vagabondo, il viandante, l'uomo senza casa e senza valori, l'anarchico randagio. Vagabondi senza legami, senza patria e senza codici di valori precostituiti sono Boccadoro e Knulp, Siddarta e Harry Haller, il lupo della steppa; viandanti ossia nomadi dello spirito sono Demian, il suo amico Sinclair e il pittore Klingsor che è a casa dovunque e in nessun luogo; sradicato da ogni religione umana e sociale è Klein, impiegato fraudolento e fuggiasco. Viandanti in senso spirituale sono non soltanto gli eterni pellegrini del racconto allegorico Il pellegrinaggio in Oriente, ma anche i bambini così presenti nella narrativa di Hesse (da Sotto la ruota a Peter Camenzind ad Animo infantile), se è vero che, almeno a partire dal romanticismo, il vagabondo è l'uomo che si sottrae all'appiattimento nell'ingranaggio sociale per essere soltanto se
stesso, libero felice e buono a nulla come il perdigiorno di Eichendor, buono a nulla perché capace soltanto di vivere e incapace di adattarsi a qualsiasi riduzione utilitaristica della sua persona.
Antitesi dell'adulto unidimensionale, il bambino rappresenta la vita integra, quando non rappresenta invece la integrità vitale già stritolata dal mondo adulto. Gli eroi di Hesse sono gli eredi del fannullone romantico di Eichendorf, capace soltanto di girovagare per i boschi rifiutandosi alla integrazione nell'universo borghese. Forse la più alta poesia di Hesse è la poesia del vagabondare, la poesia della strada e delle stagioni, del lungo cammino e della breve pausa, della familiarità avventurosa con la quale il viandante si inoltra nel mondo lontano, straniero eppure vicino. Narciso e Boccadoro, il romanzo medioevale imperniato ancora una volta sul dissidio identità di mondo e spirito, è un freschissimo romanzo della vita libera e vagabonda, incoercibile come la natura nella quale essa svolge il suo cammino e dolce come l'amore, la pausa d'amore breve ma intensa che la strada ha sempre da offrire al randagio.
Il viandante non ha però soltanto l'attributo della libertà, ma ha anche una funzione morale. Il suo compito è quello di portare disordine nel gretto ordine dei borghesi, di scuotere i sedentari dalla torpida e quindi crudele limitatezza della loro visuale e mostrar loro i lontani orizzonti di altre possibilità di vita, come egli fa con le loro donne accendendo in esse - nel breve incontro di cui gli è dato godere, giacché la caducità è il suo destino - la nostalgia delle lontananze. Il viandante è l'anarchico che distrugge i valori codificati per spianare la strada verso altri; è il portatore o l'incarnazione della vita mutevole e una nei mutamenti, che infrange ogni forma irrigidita e monolitica della vita stessa. Egli è dunque la voce del fluire vitale che scardina le certezze dei sistemi particolari cristallizzati, ma questa sua anarchia riceve una carica di impegno morale e umanistico, perché è volta non già a predicare l'indistinto o l'indifferenza per l'individuale, bensì a liberare le possibilità vitali che ogni codice reprime e inibisce. Al mistico viandante-asceta indiano, il cui inalterabile sorriso è rivolto alle cose supreme e indifferente alle miserie terrene, si sostituisce il modello dell'arguto e scettico vagabondo cinese, che cerca la pace del cuore correggendo le storture umane e le menzogne sociali. Il viandante è dunque spirito, perché è lo spirito che intacca la astiosa e pavida sicurezza borghese, ma è soprattutto sensualità, voce del desiderio ribelle che rivendica - come il peccatore Boccadoro dinanzi al santo Narciso - la propria pienezza libera e creativa. Il viandante è l'artista, capace, al pari di Boccadoro, di « scongiurare con lo spirito l'incantevole non-senso della vita che passa, e di trasformarlo in senso », in quanto è l'uomo legato alla sensualità, che lo stesso Narciso riconosce più vicina alla grande origine materna e superiore allo spirito paterno.
Il viandante è dunque per Hesse, come gli aveva insegnato l'amatissimo Nietzsche, il distruttore dei vecchi valori. Hesse infatti è fra i primi a scorgere la carica rivoluzionaria di grandi figure delle quali è solita impadronirsi, anche grazie alle loro contraddizioni e ai loro errori, l'ideologia conservatrice: Nietzsche e Hamsun, viandanti e grandi poeti del vagabondare, sono due suoi autori prediletti. Già nel Ritorno di Zarathustra egli pone in bocca allo sdegnoso e ironico solitario nietzscheano rampogne e derisioni rivolte ai peccati filistei tedeschi, come il nazionalismo e la ossessione di essere incompresi e traditi. Naturalmente Hesse è troppo disincantato per non capire come dai tempi di Eichendorf anche il destino e l'itinerario del viandante siano mutati. Il paesaggio nel quale si avventura il randagio moderno non è più l'amica libertà del bosco, nel quale si può essere spensierati e felici, ma è il ben più inospitale paesaggio cittadino, il lastricato della disumana e alienata metropoli moderna nella quale vigono leggi anonime e rigide che mettono ben più duramente alla prova la libertà dell'individuo. Come l'ammirato Knut Hamsun, i cui vagabondi senza legge errano per i boschi del Nordiand ma anche fra le più amare pietre di Cristiania, anche Hesse fa camminare i suoi nomadi per le foreste come Siddharta, fra le campagne come Boccadoro o come Knulp ma anche nella città e nel mondo borghese, come Klein e Harry Haller. In entrambi i casi il nomade ha da ridestare la vita dei sedentari, ma mentre nel mondo arcaico preborghese egli conserva intatta la sua indomita e gioiosa libertà, nella tortuosa e lacerata società borghese il viandante è minacciato nel suo stesso intimo, è costretto a vivere in se stesso quelle lacerazioni e quelle catene contro le quali insorge la sua ribellione, che si fa quindi necessariamente stridula e può manifestare solo nella dissonanza il suo eroismo.
Come il viandante nietzscheano o hamsuniano è fatalmente riottoso e protervo rispetto alla ariosa e abbandonata scioltezza del perdigiorno di Eichendor, anche Klein e Harry Haller rivelano, in luogo della regale integrità di Boccadoro e di Siddharta, una angosciosa scissione e una livida cautela difensiva.
Nel mondo moderno anche il viandante, anche il distruttore di valori, è divenuto un borghese, almeno in parte: è un complemento del mondo borghese, come si dice nel Lupo della steppa, ed alberga pure in se stesso un borghese, cha egli si sforza di strappare da sé. Hesse ha capito la vischiosa potenza della società, che si insinua nell'animo dei suoi stessi ribelli, risorgendo e rinascendo in essi in forma di disagio che li paralizza o li deforma. La borghesia, scrive ancora Hesse nel Lupo della steppa, prospera grazie alla forza anomala dei suoi outsiders. Il viandante moderno, il quale si nutre di questo disagio che egli avverte più degli altri, assume necessariamente dei tratti insicuri e maligni e dei simboli inquietanti, è il Caino del Demianhero del marchio di inavvicinabilità segnato sulla sua fronte, è il solitario ostile al gregge o il guerriero germanico il cui fatalismo esalta la caducità e il disordine contro la durata della forma latina, è il nomade che sprezza i valori larici e l'ethos della compassione per celebrare la fraternità darmi e la crudeltà dell'amor fati, è l'avventuriero che ama la sfida per la sfida o il figliol prodigo che vuol sempre andare avanti e non fermarsi mai, con una ansiosa incertezza opposte al riso, o a Ulisse, che era disposto ad accettare le sfide ma soprattutto attento ad evitarle, in quanto non bisognoso di dimostrare a se stesso o agli altri il proprio valore, ed era errabondo per desiderio della casa e del ritorno, anche se pronto a godere le soste impreviste.
Demian è anche un grande ritratto di questa inquietudine, con la sua sottile e ambigua rappresentazione del pathos del tramonto europeo, che travolge tutti ed anche i due protagonisti nella esaltazione della guerra e nella febbre di distruzione sacrificale. In Demian e nell'Ultima estate di Klingsor sembra che Hesse si immedesimi sino in fondo con l'ebbrezza di morte della vecchia Europa, con la voce della grande Madre annientatrice che chiama alla distruzione. Anche in Narciso e Boccadoro la Madre primigenia inarca sull'abisso della vita e della putrefazione un sorriso enigmatico e crudele. Ma nel Demian, quasi a scongiurare le possibili conseguenze etico-politiche di questo canto alla morte, si dice che ogni furia omicida verso un altro uomo è diretta, senza saperlo, contro l'immagine di qualcosa che c'è nel cuore dell'uccisore.
I valori che il viandante distrugge e rinnova riguardano soprattutto, nelle più varie forme, il senso dell'io, principio cardinale della civiltà borghese. Come nell'esercizio religioso della espirazione e della inspirazione, questo cammino verso l'io passa attraverso la liberazione dall'io. Siddharta si dedica alla spersonalizzazione, riesce per qualche istante a diventare airone o sciacallo, insegue il ritorno a uno stadio dell'io non ancora prigioniero della gerarchizzata unità stoico-borghese, a uno stadio di fidente familiarità con tutte le Cose e di incessante metamorfosi ossia di partecipazione all'intero essere vivente. Per giungere a questa meta ci sono molte vie e non ce ne alcuna, tutte sono buone e tutte sono cattive, occorre volontà di concentrazione ma occorre saper anche disfarsi della volontà; la meta è qui ed altrove, forse é irraggiungibile e forse è già raggiunta fin dal principio. Siddartha scopre che gli uomini-bambini, le creature immerse nella superficialità, sanno amare, a differenza di lui stesso che ne è incapace, ed egli cerca di far capire a Govinda che il mondo, così come è, è perfetto in ogni suo istante, è già la perfezione perseguita dagli asceti. Per Harry Haller, il tortuoso intellettuale fuorilegge e martire della propria intelligenza esasperata, la suprema saggezza consiste nell'imparare a ballare e ad amare le cose frivole. Hesse sembra oscillare tra la fede di Sant'Agostino, secondo la quale chi cerca ha già trovato, e la assurda speranza di Kafka, la quale insegna che chi cerca non trova e solo chi non cerca viene trovato dalla grazia.
In questa ricerca paradossale - e fondata sul paradosso come ogni mistica - la poesia di Hesse si costringe talora alla tautologia cui è costretto ogni mistico, il quale può solo dire che le cose sono come sono. La struggente e monotona rivelazione della identità fra Uno e Molteplice imprime talvolta alla pagina di Hesse il carattere duna vibrante ma tautologica duplicazione o riproduzione delle cose, che potrebbe durare all'infinito in un infinito elenco del mondo. Se in questo elenco tutto è equivalente a tutto e tutto partecipa egualmente della divinità della vita, cade anche il senso della epifanìa e della sua ripetizione nella pagina, perché la vita divina c'è già sempre e dovunque senza bisogno di alcuna illuminazione e tutti ne partecipano a pari grado, anche il borghese filisteo che ne sembra la negazione e che la poesia dovrebbe svegliare, contravvenendo alla propria consapevolezza che non esiste differenza fra chi dorme e chi veglia. Hesse compie talora il peccato poetico di descrivere esplicitamente e di elencare quasi additivamente quella unità della vita che la poesia afferra veramente quando la coglie indirettamente e per un istante, come nel cielo che il tolstoiano principe Andrea ferito scorge alto e totale sopra di lui; quando la coglie cioè come uno sfondo che si può evocare di riflesso parlando di altre cose a che bisogna rinunciare a dire o a raffigurare dettagliatamente, se non si vuole violare nella predica la sua indefinibile pienezza. La totalità è il respiro che si avverte nella mazurca di Natascia, in Guerra e pace, non è la teorizzazione o la dichiarazione della presenza di quel respiro in quel ballo. Struggenti e maliose, le parabole di Hesse sulla identità della vita si riducono a narrare e a ripetere sempre la stessa storia, come le tre vite che si immaginano scritte da Josef Knecht alla fine del Giuoco delle perle di vetro. Ma Hesse sa compiere ogni volta il miracolo di ridare incanto e novità ad ogni storia, di renderla sempre uguale e sempre nuova come l'onda del fiume o il soffio del vento nel canneto. Hesse sembra consapevole dei pericoli insiti nell'ossimoro del misticismo filosofico o della filosofia mistica, quando fa dire a Narciso che, se Boccadoro fosse divenuto un pensatore, sarebbe diventato un mistico, uno di quei pensatori-non pensatori incapaci di staccarsi dalle rappresentazioni e di giungere al concetto ma anche di staccarsi dal concetto per rivolgersi alle rappresentazioni perché, artisti falliti, non sanno né rappresentare né astrarre. Le più efficaci raffigurazioni della totalità mutevole e identica riescono a Hesse quando egli rinuncia a precisarla e a definirla e si limita ad alludervi in immagini che rimandano ad altro da sé: le cangianti forme del fuoco o il cupo scintillìo delle ombre fluttuanti sul fondo del lago.
Dal più grande interprete del senso dionisiaco della vita, e cioè da Nitzsche, Hesse deriva la più rivoluzionaria accezione della figura del viandante, che in forma soprattutto Il lupo della steppa. Lettore acuto e spregiudicato, Hesse aveva capito che il superuomo nietzscheano non significava un individuo d'eccezione, potenziato e innalzato al di sopra della massa, ma piuttosto - come afferma Gianni Vattimo - un «oltreuomo», cioè una figura protesa verso un nuovo stadio antropologico, una nuova forma di individuo librato oltre i tradizionali confini del soggetto borghese, oltre i limiti della costruzione stoico-umanistica dell'io.
Litbermensch è il viandante eroico che affronta e vive questa fase di trapasso da una misura duomo a un'altra. Il lupo della steppa, distruttore delle certezze borghesi e pigionante nelle camere ammobiliate borghesi, si trova in questo stadio di passaggio, per metà ancora legato alla individualità tradizionale e per metà già oltre di essa: «l'uomo» dice la dissertazione contenuta nel Lupo della steppa, «non è una forma fissa e permanente ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito ». Harry Haller non è una unità psicologica gerarchizzata nelle strutture convenzionali dell'Ego bensì una molteplicità di nuclei psichici, un provvisorio aggregato di pulsioni e di energie libidiche liberate dalla repressione della coscienza e sfrenate nella loro carica centrifuga.
Questa fluidificazione del soggetto in una pura corrente di desiderio e questa sua redenzione nella ebbrezza della comunione festosa e della unione mistica della gioia - che fanno del Lupo della steppa un libro straordinariamente precorritore e possono spiegare il suo successo strepitoso fra gli hippies americani-  non sono tuttavia soltanto liberatorie. Una ombra di stanchezza delusa e di frustrata rassegnazione si stende sulla ridda di metamorfosi e di congiungimenti erotici del lupo della steppa, sulla sua dilatazione e moltiplicazione psichica, che può apparire anche soltanto un trucco illusionistico. Forse il grande vecchio conservatore aveva intuito il carattere coatto ed eterodiretto di quella liberazione psichica e pulsionale, massificata a sua volta in una fungibile merce di consumo da parte di una società che integra anche i suoi ribelli, i suoi nuovi viandanti eversivi. Nell'orgia e nella spersonalizzazione del Lupo della steppa e nel suo frenetico consumo da parte degli hippies c'è la catarsi sovraindividuale ma anche la stanca interscambiabilità della folla di Nashville, « comunione festosa » di persone che sono libere e felici - ha scritto Guido Morpurgo Tagliabue - perché imbecilli, che sanno ciò che vogliono perché ce l'hanno già e non hanno bisogno d'altro.
Il cerchio tautologico della identità si chiude, protendendosi verso una impersonalità passiva ed eteronoma della quale pure Hesse è stato forse il pensieroso profeta. Ma l'identità consolante e pura della vita Hesse la ritrova nel paesaggio antico, nei dipinti scrostati della vecchia cappella votiva che Klingsor incontra nel bosco e le cui figure screpolate stanno per ritornare ad essere polvere e terra. l'unità che si rivela in tutti i momenti alti e pacati nei quali la vita sembra dirci addio - come al mutare delle stagioni o al commiato da un amore - ma ci fa balenare, in quell'addio, un nuovo volto di ciò che ci lascia o che abbiamo lasciato e che si apre, in questo distacco e in questo riconoscimento, al « sorriso della unità » di Siddharta.
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Recensione su: Il lupo della steppa.
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Scritto in un terribile periodo della sua tormentata esistenza - come si riscontra soprattutto nelle lettere di quegli anni - e pubblicato nel 1927, il Lupo della steppa rimanda soltanto in un passo del Trattato a quella lontana e decisiva infanzia, segnata fatalmente dalla frattura che la educazione pietistica eccessivamente rigida aveva operato in Hesse fra la sua vita istintiva e quella razionale e morale.
In questo caso egli ne parla con estrema sobrietà, con uno stile dal tono filosofico, per descrivere la serenità e il distacco con cui gli immortali contemplano dall'alto le vicende umane. La sua educazione viene presentata solo come una delle eventuali cause che possono aver dato origine alla doppia natura di Harry Haller: « I saggi potranno discutere se sia stato veramente un lupo oppure sia nato uomo . Potrebbe darsi, per esempio, che costui sia stato nella fanciullezza stregato e indomabile e disordinato, e che i suoi educatori abbiano cercato di ammazzare la bestia che aveva dentro e proprio in questo modo abbiano suscitato in lui la fantasia e la credenza di essere effettivamente una bestia, con sopra soltanto una leggera crosta di educazione e di umanità ».
La antica ferita sembra ormai rimarginata; al di là della materia autobiografica, legata alle più tremende esperienze della adolescenza, che pure gli ha dettato pagine di autentica estasi artistica, Hesse ha ampliato da anni il ripensamento dei suoi problemi alle dimensioni di rutta una epoca di profonda crisi di valori umani, a cui egli cerca di dare una soluzione Avendo alle spalle - a cinquanta anni - la prima famiglia disgregata dalla pazzia, avendo conosciuto per anni e guardato coraggiosamente in faccia i suoi problemi nel corso del trattamento analitico, egli può dire tranquillamente che non avrebbe pubblicato il libro se vi avesse visto « soltanto le fantasie patologiche di un singolo povero malato di mente ": opera, secondo la Prefazione del Creatore è « un documento del tempo ", suo argomento è « il male del nostro tempo ».
Hugo Ball ricorda che Hesse, con la sua eccezionale sensibilità, aveva riscontrato tale malattia tra gli intellettuali della sua epoca già nel 1909, ben prima di conoscere la psicanalisi. Soffrendo della crisi del mondo che lo circondava, lo scrittore temeva che l'umanità sarebbe « scomparsa totalmente, se questa malattia si generalizzava », ma allora egli la riteneva diffusa solo fra i ceti più elevati della Mitteleuropa. Dal punto di vista della storia letteraria il Lupo della steppa è stato considerato come un capolavoro dell'espressionismo e in questo senso si può leggere come la descrizione della città-inferno, in cui ogni allucinazione o incubo può surrealisticamente aver luogo, in cui - come in una sonata musicale - ritorna a varie riprese il tema della pazzia.
Tale rappresentazione si accompagna ad amare riflessioni sulla civiltà col suo falso orpello di latta, al disgusto per la volgarità della società di massa priva di valori spirituali. In tale mondo Dio stesso si sta spegnendo in una ottusa stupidità borghese, intontito dal bromuro; lo spirito si sta man mano estinguendo, è diventato - nietzschianamente - plebe. Nello stesso anno, in un ripensamento sui rapporti fra la cultura e l'uomo, Hesse constata che « non è possibile civilizzazione alcuna senza con ciò far violenza alla natura », e che « l'uomo civilizzato trasforma lentamente tutta la terra in un noioso, esangue stabilimento di cemento e latta ». Tale tema della violenza fatta alla natura e della terribile capacità di distruzione racchiuse nel mondo borghese riaffiora nelle pagine allucinate della parte finale, anche se inserite in una cornice surrealisticamente sdrammatizzante e di non sempre chiara interpretazione. Lo stesso motivo riaffiora pure nei momenti di disperazione del protagonista, Harry Haller, che sente a volte ardere dentro di sé la brama di strangolare qualche borghese o di stuprare una ragazza. Anticipatore profetico di molti fra i problemi più scottanti della nostra epoca - anche se visti da una ottica legata a moduli interpretativi filosofici e religiosi del passato - Hesse ha messo allo scoperto le leggi di distruzione che tendono a fare esplodere quello stesso ordine borghese dalla cui soffocante costrizione sono state generate. Più volte ritorna nel romanzo l'incubo della guerra futura; anche in seguito lo scrittore ne parlerà riferendosi al libro: « il presagio delle imminenti catastrofi e guerre che ci minacciavano non mi ha mai abbandonato », e alla fine della seconda guerra mondiale definirà il Lupo della steppa « un grido angosciato di avvertimento nei confronti della guerra di domani ».
L'eroe di quest'epoca, il prodotto umano di tale civiltà, è il « lupo della steppa »: l'uomo che più dolorosamente vive dentro di sé la frattura natura-civiltà - anche se Goethe e Mozart rappresentano le sue guide spirituali - ed è consapevole di appartenere ancora al grande arco storico del Decadentismo (« Una natura come quella di Nietzsche ha dovuto soffrire in anticipo la miseria di oggi, in anticipo di più che una generazione: ciò che egli dovette assaporare solitario e incompreso, oggi lo soffrono migliaia e migliaia di uomini »).
Nella struttura del romanzo la descrizione del lupo della steppa si articola su tre piani diversi, probabilmente per sottolineare anche in questo senso la inesistenza della unità dell'uomo, che cambia di volta in volta aspetto come cambia il punto di vista da cui può essere osservato: dal di dentro, dal di fuori o dal di sopra. La Prefazione del curatore lo descrive dall'esterno; la vicenda viene poi narrata in -prima persona nelle Memorie di Harry Haller, il
quale a sua volta legge il Lupo della steppa Dissertazione, probabilmente scritta dagli immortali. Nella Dissertazione Harry trova una esatta descrizione della sua situazione, in cui la scissione esistenziale si manifesta in una vita sempre al limite del suicidio, in paurose oscillazioni da una estrema disperazione a momenti di estasi sublime. Dagli immortali però viene anche la conoscenza di una strada di salvezza: si può imparare a vivere grazie alla sdrammatizzazione, all'umorismo, ma a questa tappa si può arrivare solo dopo aver attraversato l'inferno della coscienza, dopo aver accettato la molteplicità di personalità che coesistono dentro di noi.
A questo punto ci si rende conto che ci si può accostare al libro anche su un diverso piano di lettura. Oltre ad essere un romanzo dell'espressionismo, il Lupo della steppa racconta in un modo diverso quella vicenda mistica che
rappresenta per Hesse ogni vita umana che, ridestata al mondo dello spirito, si evolve fino alla fase dell'ERWACHEN. Vicenda che ripercorre sempre delle fasi simili: prima di ridestarsi ad un livello superiore di vita, l'uomo deve passare attraverso la disperazione, il caos, l'inferno. La intuizione di fondo era sorta già con il Demian e Hesse lo aveva sperimentato più volte nella sua vita personale: «Ogni uomo che si è ridestato ed è pervenuto alla coscienza di sé, percorre pure una o più volte quella stretta via in mezzo al deserto ».
In un primo momento Harry tenta di ricomporre la scissione di corpo e spirito, ragione e sensi, immergendosi nella dimensione della vita quotidiana degli altri uomini.
Frequenta caffè e ristoranti con la misteriosa Erminia, impara a ballare, cerca nell'amore la possibilità di ritornare alla « innocenza del sesso », di godere la dimensione della tenerezza e dei giochi amorosi, che nella vita precedente
avevano avuto per lui « un sapore amaro di colpa ». La riscoperta delle gioie naturali culmina con le pagine in cui l'autore riesce a rendere il senso dell'abbandono alla ebbrezza dionisiaca della festa, la possibilità per l'uomo di
fondersi nuovamente col tutto.
La parte meno convincente del libro è costituita proprio dal « Teatro magico », così caro all'autore, amareggiato che il suo significato fosse stato quasi sempre frainteso. Dal punto di vista della messa in scena può far ricordare certi
procedimenti del cinema espressionista o quei baracconi del teatro dell'espressionismo, a cui ha accennato il Mittner. Grazie al gioco del « Teatro " Harry riesce a seguire - magicamente riflesso - lo sviluppo di tutte le infinite potenzialità di vita del suo inconscio, in cui la riscoperta dell'albore aveva fatto riemergere un caos di facoltà, istinti e aspirazioni che egli prima aveva rimosso.
La spiegazione degli omicidi che egli compie in questi momenti di vita illusoria non è come è stato visto, solo la rappresentazione della bestialità dell'istinto, ma indica, come più volte Hesse ha spiegato, che l'istinto diventa bestiale solo quando viene compresso, quando non gli si permette di esistere armoniosamente all'interno di quell'uomo di cui è parte vitale. Ci sembra che nella soluzione ai problemi del romanzo Hesse abbia oscillato inconsciamente fra due mondi di valori diversi e cosi difficilmente conciliabili, almeno nella nostra civiltà, quello etico e quello estetico. Il momento etico è rappresentato dall'insegnamento degli immortali, soprattutto dalle pagine in cui il richiamo a Goethe - inteso sempre da Hesse come l'esempio della « fondazione di una esistenza retta dallo spirito » - dimostra chiaramente che lo scrittore non può condividere nessuno dei falsi ideali della borghesia tedesca dell'epoca,
che viveva dei miti del nazionalismo e accettava l'interpretazione distorta delle più autentiche tradizioni culturali della Germania.
Gli immortali - nelle pagine migliori - sono la espressione della profonda fede nella possibilità di arginare il caos, di attraversarlo e dominarlo ad un livello superiore, e rappresentano un sovramondo di valori in grado di sfidare l'usura del tempo, a cui l'umanità potrà attingere come ad una riserva di energie spirituali.
Tutto il tema delle magiche trasformazioni rimanda invece chiaramente ad una componente estetica, al gusto di seguire le diverse possibilità del gioco, che però difficilmente riesce a liberarsi, alla lettura, da una impressione di
caotica molteplicità. In questo senso l'invenzione del « Teatro magico » resta legata al gusto esteriore del momento e stupisce l'importanza che lo scrittore continuerà ad attribuirgli, in seguito, nel Gioco delle perle di vetro. Bianca
Contini ha voluto giustamente sottolineare i riferimenti schilleriani di questa componente di Hesse; ma per Hesse, a differenza che in Schiller, il momento estetico - come ancora per la nostra società - resta sempre sottomesso a quello etico, ha quasi sempre bisogno di una giustificazione, non riesce ad innalzarsi a una sfera autonoma, in cui la componente etica e quella sensuale si risolvano in una unità superiore.
Neppure nel gioco di Castalia Hesse ha saputo trovare una conciliazione dei problemi prefigurati in Siddharta e nel Lupo della steppa. Si può dire che gli anacoreti di Castalia vivono nonostante quel mondo dei sensi, la cui riscoperta ha fatto tornare Harry a contatto col perduto mondo della infanzia, alla totalità della carne non ancora scissa in corpo e anima. Il ritorno fra gli uomini del « servitore » Joseph avviene appunto all'insegna dei valori etici; il mondo del « libero gioco » - inadeguatamente sognato in Castalia e più volte intuito nel pensiero e nell'opera di Hesse - è rimasto affidato al futuro, che saprà un giorno, forse, dargli una esauriente risposta.
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FINE.
